venerdì 3 ottobre 2008

Ciò che non sa di volere




Si apre il sipario e voi siete qui.
Mi squadrate nel silenzio più assoluto, a disagio, aspettando che io parli perché possiate respirare.
Non lo faccio. Mi piace sentirvi tesi come una corda di violino, ma non altrettanto armonici. Potessi scuotervi uno a uno, non avrei il piacere di sentirvi enfiare nella vostra cassa di risonanza. Vibrazione sorde che si sommano a creare dissonanze gravi e grasse che si propagano senza eco per le stanze delle vostre sensazioni svuotate dalla paura.
Continuo a tacere, mentre qualche timido mormorio inizia a gonfiarsi. Più siete inquieti con voi stessi più vorreste avere qualcosa a cui pensare. Vorreste che il silenzio s'interrompesse per non restare ostaggi dei vostri pensieri che nei crani costrittivi palpitano al ritmo di una pulsar. Lo sdegno si gonfia come uno tsunami pronto a devastare, ma la tumescenza cede il passo alle costrizioni delle convenienze e il flutto si smorza in increspatura prima ancora di infrangersi contro gli scogli della ragione.
Taccio.
Irrequieti tamburellate sul bracciolo un ritmo tribale, percutanee percussioni perbeniste, permesse ma malviste, seppur perdonate dalla tensione percepibile. Un daiko cupo rimbomba sonorità gravi che rimbalzano fra le tempie che massaggiate, ormai preda delle impazienti furie. Bramate da me un atto locutivo, ma mi sottraggo alle implicite promesse mai esplicitate. Siete venuti a me pensando che avrei parlato, ma non era questo l'accordo. Dovrei inquietarvi, e non è detto che debba usare parole.
Resto in silenzio godendomi le vostre facce sbigottite, mentre la finzione del vostro perbenismo cola come trucco dai vostri volti, mentre vi sbarazzate dei costumi, delle maschere, dei ruoli, mentre vi rendete conto che questa volta non sono io lo spettacolo.
Vi alzate dagli scranni della vostra ipocrisia ruggendomi contro la rabbia che covate per il vostro stesso conformarvi, mentre ghignate come primati in lotta. Vi gettate addosso, sbranandomi, divorandovi, conquistandovi a morsi pezzi di me. Ma io continuo a negarvi silente l'unico pezzo che realmente vorreste.
Non c'è più inibizione nei vostri gesti, e vi denudate, vi bramate l'un l'altro e vi rotolate nel mio sangue accoppiandovi tra grugniti e ansimi trafelati.
Poi tornate a sedervi, guardandovi a vicenda con vergogna, mentre rinfoderate i desideri nella vagina dell'immaginazione, e non osate alzare lo sguardo a incontrare i miei occhi che vi scrutano divinatori mentre tentate di assolvervi al Lete della rimozione ipotesi di voi che vi turbano.
Ed è solo nel momento in cui anelate al mio silenzio che parlo.

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